martedì 18 ottobre 2011
C'e' qualcuno?
Sono in un internet point della Bolivia, il progetto dell'altro blog l'ho abbandonato ben presto, le dinamiche di questo viaggio non mi permettono di tenere un blog solo ed esclusivamente sull'esperienza del Sud America.
Quindi, con timidezza, mi riaffaccio su paroxetinadaleggere.
Oggi giornata un po' opaca, forse anche per questo sono riapparsa qui, in questo non-luogo che sento totalmente mio, particolarmente intimo.
Sono uscita di casa con soli tre boliviani in tasca, quindi tra poco dovro' sconnettermi.
Ho anche sbagliato a decifrare la temperatura, pensavo sarebbe stata una serata freddina, ma non lo e' per niente e il maglione di lana rossa che ho indosso e' inutile (forse serve solo a ricordarmi quando ero in Peru' e sull'Altipiano boliviano e a ripensare al freddo che faceva).
Bueno.
Adesso che ho ripreso confidenza, spero a presto.
mercoledì 1 giugno 2011
Ricordi, #7.
Ricordo il seno enorme di un'amica di mia nonna, l'Ormisde.
Ricordo la notte passata da sola sul treno diretto per Roma.
Ricordo l'incontro con G. sotto la tettoia dell'orologio, a portapalazzo.
Ricordo la descrizione di quattro tori durante un reading.
Ricordo il bagno al fiume, nuda, nell'acqua gelata.
Ricordo il bivacco Margherita Giraudo.
Ricordo il sole che entrava dalla porta del balcone nella vecchia casa dei miei genitori.
Ricordo la prima sigaretta che ho fumato, nel cortile del liceo, seduta per terra.
Ricordo di aver fatto l'amore al parco, di notte, tanti anni fa.
Ricordo un bacio rubato a Enver, poco prima di partire e di non rivederlo mai più.
Ricordo le pesche con il vino bianco.
Ricordo l'ultima volta che ho dormito su un prato, guardando le stelle per addormentarmi.
Ricordo il freddo della mansarda.
Ricordo i meno diciassette di una notte di febbraio.
Ricordo Zafir, il cane nero di Arduino.
Ricordo l'appartamento numero tre, e il due e il cinque e tutti quanti, dall'uno all'otto.
Ricordo le lenzuola pulite da prendere nell'armadio.
Ricordo il conteggio (puzzolente) delle lenzuola sporche da spedire poi in lavanderia.
Ricordo un vestitino verde che indossavo da bambina.
Ricordo una fotografia di mia sorella che spara con le mani verso il cielo, prendendo la mira.
Ricordo i papaveri rossi.
venerdì 27 maggio 2011
Non fate crescere niente su questa terra. (Sgalambro)
A MIA MADRE.
Resto accovacciata con la schiena contro il muro. Le ginocchia le stringo tra le braccia, come fossero un bambino da abbracciare. Alla mia sinistra, tra le vetrate, la cittadina si presenta fatta di tetti bassi e d’un campanile. Alle sue spalle le colline verdi d’estate.
Il pensiero mi rimane sospeso tra le vie che non vedo ma che intuisco e ricordo. Dove da bambina camminavo solitaria per andare a comprare il pane. Dove da ragazzina passeggiavo con Golia al guinzaglio.
Mia madre è in sala operatoria fa quasi tre ore. Non ne so il perché.
Soffrire, dovrei soffrire ma non penso quel che sento dentro sia sofferenza. Non ho la forza per questo sentimento. Non ne ho voglia. Non ne ho il coraggio.
Penso a mio padre, a quando se ne andò via di casa. Io, come una pazza, a saltare sul letto e a piangere e mia madre a cercare di tenermi buona. E cosa diciamo alla nonna? chiedevo, come se quella domanda fosse l’unica forma che trovasse il mio dolore. Le diciamo che papà è andato via. Mi sembrò la risposta più stupida potesse darmi. Idiota, idiota di una madre. E poi cercò di abbracciarmi e io mi divincolai dalle sue braccia magre e piansi ancora più forte mio padre.
Alla mia destra, adesso, s’è materializzato un infermiere. Mi coglie impreparata, assorta nei ricordi di un furgone rosso che s’allontana da casa.
Non vuole sedersi su una sedia, di là?
Lo guardo con occhi pesti. No.
Vuole che le offra un caffè?
Ritorno a guardare oltre la vetrata.
Qui do fastidio?
No. Lo dicevo per lei. Caffè?
Guardo in lontananza l’orologio sul campanile. Le due e quaranta.
Va bene, mi offra questo caffè.
L’infermiere mi sorride e subito si volta.
Questo suo movimento lo rende ai miei occhi improvvisamente interessante.
Lavoro qui da otto anni, mi dice, e lei è la prima persona che si siede in quell’angolo dell’ospedale.
C’è una bellissima vista, dico.
Lo crede veramente?
Taccio.
Il caffè delle macchinette è insapore. Acqua marrone con un lievissimo retrogusto di bruciato.
Quanti caffè delle macchinette hai bevuto, tu, mamma? A scuola, al mattino e al pomeriggio. Caffè che facevi scendere caldi sulle tue ulcere, ferite che hai sempre avuto e che hai curato, più volte. Ulcere che annebbiavi con il fumo delle sigarette, le ms mild che ti rubavo quando ho cominciato a fumare, che ti andavo a comprare dal tabaccaio della stazione quando a malapena sapevo contare il resto.
Bevo questo caffè pensando a te, alle tue dita lunghe dai polpastrelli larghi a tenere il bicchierino marrone di plastica.
Ha notizie dalla sala operatoria?
No.
Vedrà, andrà tutto bene. Sue madre è incredibilmente forte.
Nonostante i pochi chili che ti sono rimasti attaccati alle ossa, nonostante il tuo unico cibo sia un sacchetto bianco di poltiglia energizzante da ormai mesi, nonostante nessun medico capisca cosa hai in pancia, nonostante me, nonostante quel che ti ho fatto passare, mamma, sei incredibilmente forte.
Finisce il caffè. Finiscono questi dieci minuti.
L’infermiere mi saluta.
Torno a sedermi nel mio angolo e silenziosa e calda, piango.
venerdì 20 maggio 2011
martedì 17 maggio 2011
Da un racconto incompiuto.
La scaglia di sole giallo a tagliare le nuvole nere, adesso, oltre la porta del tram, in alto, verso le montagne, dopo la pioggia che ci è caduta addosso per quasi due giorni, quel sole, e non la gente, mi fa stare bene. Di quello mi accontento. I miei occhi ringraziano lo spettacolo in cielo.
L'ultima volta che ho preso il treno era mattino presto. Alle sette partiva il mio convoglio. Il tram era vuoto. Solo io e la mia immagine riflessa sul finestrino, tra il caldo del mezzo pubblico e la rigidità della città. Poi sono arrivato in stazione e le luci al neon erano ancora accese, perché ormai il buio perdura fino a tardi. E mi son preso un caffè al bar della stazione pagandolo un euro. E mi son guardato intorno e ho visto facce stanche, anche quel giorno, che era domenica. Mi son seduto sul treno che aspettava di partire al binario due e in un attimo mi sono trovato circondato da relitti adolescenziali del sabato sera. Orrendi vestiti frusti e lisi che addentavano il mattino, precipitosi nell'infilarsi poi a letto per smaltire l'alcol e la cocaina aspirati ballando.
giovedì 12 maggio 2011
Passaggio.
Ho un buco, da qualche parte, un taglio, un'abrasione.
Ne fuoriesce tutta la mia malinconia.
Sono qui, a casa, nel mio paese e mi sento estraneo. Perché mi sembra di perdere Marie. E tutto ciò che questo vorrebbe dire.
Recrudescenza non programmata.
Quelle parole, sono state quelle parole, di cui ignoro l'identità e l'intenzione, che non riconosco, che non sono probatorie, ma solo allusive. Parole che mi hanno dato modo di ipotizzare, di accumulare paure, di costruirmi questo groppo di condizionali e di se.
Tu senza le parole ... non può che essere Marie, la mia sposa muta. E nel formulare questo pensiero, sento la precarietà della parola sposa e poi subito dopo del pronome possessivo, mia.
E sento anche quanto possa cominciare a mancarmi Marie, adesso, che dorme affianco a me tutte le notti e che siamo nello stesso emisfero, nello stesso continente, nello stesso stato, nella stessa regione, nella stessa città, nella stessa casa.
sabato 30 aprile 2011
Da un esercizio.
C'era qualcosa che la tormentava anche se non riusciva a capire cosa.
Come quando senti un dolorino che non se ne va.
O quando, tornando a casa, ti accorgi che c'è un uomo dietro di te... Che sia lo stesso che ti guardava in metropolitana?
O quando vedi un puntino scuro che si muove verso il tuo letto e poi sparisce... Una vedova nera?
Ma poi il suo ospite, seduto sul divano del salotto, la guardò sorridendo e Alice S. dimenticò le sue preoccupazioni, se di preoccupazioni si trattava. Arthur era un tipo brillante e di bell'aspetto, certo. E, soprattutto, aveva uno splendido sorriso.
Alice sorseggiò quindi la sua vodka sour, appoggiando delicatamente le labbra al bordo sottile del bicchiere, guardando negli occhi l'uomo che le stava accanto, elegante, affascinante. Ci fu un breve silenzio, rossore sulle gote, piacevole imbarazzo. Lui appoggiò il proprio bicchiere sul basso tavolino di vetro, senza mai distogliere lo sguardo dalla donna. Le si avvicinò di quel tanto da farle sognare un bacio, delicato e appassionato, che potesse scacciare definitivamente quella vedova nera dai suoi pensieri.
Le sussurrò nell'orecchio: "Ho portato della musica da farti ascoltare" ed estrasse dalla tasca della giacca un CD.
Lei lo prese e senza neanche guardarlo disse "Bellissimo". Poi si alzò e, girandosi ad ogni passo, andò verso lo stereo.
Si abbassò per aprire lo sportello del lettore CD, pensando allo sguardo di lui che si sarebbe posato sul suo sedere rotondo, ma rimase congelata. Congelata. Il cuore le arrivò in gola.
Arthur stava ridendo.
D'una risata stridula e grassa allo stesso tempo.
Alice riuscì a girarsi e lo vide in piedi, con la testa ribaltata all'indietro, come fosse un pianista preso dall'estasi esecutiva. Quella sua bocca spalancata, buco nero pronto a fagocitare tutta la stanza, il divano, il tavolino, i due bicchieri, lo stereo, Alice.
Lo sportello del CD si aprì e sbattè contro la gamba di Alice, che si spaventò, sussultò, qualcuno o qualcosa le stava sfiorando la gamba. Si voltò d'istinto, vide lo stereo, maledizione, che spavento, maledetto stereo.
Arthur continuava a ridere. Si stava avvicinando, con gli occhi allucinati, puntati su di lei.
In un attimo le fu addosso.
Alice non ebbe tempo di urlare, aveva il respiro bloccato.
Lui la lasciò per terra sul pavimento freddo, con le gambe divaricate, senza gonna. E nell'aria, a ripetizione infinita, la musica di Miles Davis.
thank's to Camilla Corsellini.